Verso la fine del 1975 l'editore Giulio Einaudi pubblicò un piccolo volume di Pier Paolo Pasolini. Erano in tutto 90 pagine e con un titolo misterioso ed affascinante: " La Divina Mimesis ". Un libro incompiuto e forse il brogliaccio di un progetto più grande ed ambizioso: una sorta di viaggio nell'inferno terreno diviso per "canti". Le allusioni alla Commedia dantesca sono infinite, a partire dallo smarrimento che denuncia il poeta a metà della sua esistenza. Pasolini morrà mentre lavora alla sua opera e di essa ci restano dunque quelle novanta pagine piene, per altro, di fotografie assai evocative. Il poeta immaginava una sorta di poema fotografico da inserire nel contesto della sua ricerca, dimostrando di aver colto con grande anticipo il processo di trasformazione della comunicazione, da quella tradizionale della parola, a quella delle immagini.

Cosa c'entra questo libretto con l'opera di Cordio?

C'entra in questo modo: ogni volta che prendevo in mano il volume finivo sempre per fermarmi sulla prima pagina del "canto secondo" e li cominciava un processo singolare di simbiosi tra le cose che leggevo e le immagini che mi venivano suggerite dalla lettura. Leggete con me questa pagina:

"Io lo vedevo camminare davanti a me, per l'erta folta di un'erbaccia cattiva ed innocente: in uno di quei luoghi del mondo in cui ancora, con tutto quello che è passato, ciò che conta è l'erba - i ciuffi d'erba ammassati dalla primavera come masnade di mendicanti, con afrori zingareschi nella purezza compatta delle epoche agresti - la ginestra, immortale, la povera acacia passeggera - che solo in quel momento dell'anno gioiva del suo trionfo: di grossi, friabili fiori, accalcati uno sull'altro, a odorare con l'inverecondia degli stupidi, degli innocenti - o sambuchi ben caldi, le trasparenti gaggie - e gli altri alberi puri: il gelso, la vite, la quercia - e quelli un po' misteriosi, frequenti nelle Basse, il pioppo, l’ontano, il salice - e l'eucaliptus feroce di chiome grigiorosse, memore di altri climi - il mogano, e il mango, colorati dalla linfa di chi verdeggia sulla morte - oppure le acacie del Kenia, rosse e verdi - e alberi di cannella, canne da zucchero e manciate di palme sulla luce oceanica - lo guardavo andare su per l'erta di periferia dove la luce della sera cadeva come un temporale".

Forse è la pagina più bella, più densa, più ispirata, scritta dal poeta scomparso.

Ed è essa che spiega quel processo singolare di simbiosi tra quelle parole, quelle immagini, quei sentimenti, quelle emozioni e le immagini, i sentimenti e le emozioni che mi prendono ogni volta che guardo le acqueforti di Nino Cordio.

Provate anche voi a fare questo esercizio: rileggete queste pagine e cercate quella " ... luce della sera che cadeva come un temporale ... " nei fogli di Cordio. Cercatela quella luce che precipita e la troverete in cento lastre: sempre diversa, sempre misteriosa, ma sempre lì, a scandire atmosfere e a soggiogare lo sguardo.

Guardate i paesaggi delle acqueforti di Cordio e vi imbatterete regolarmente " ... in uno di quei luoghi del mondo, in cui ancora, con tutto quello che è passato ciò che conta è l'erba ... ". Cercate nei segni e nei colori magici di Cordio impressi sulla lastra e riportati sui fogli e troverete, come se Pasolini avesse accettato di scriverne le "didascalie" ciò che hai visto o ciò che credi di aver riconosciuto, o ciò che hai sognato: " ... il pioppo, l’ontano, il salice, e l'eucaliptus feroce di chiome grigio-rosse ... il mogano, il mango colorati dalla linfa di chi verdeggia sulla morte ... ". Eccolo dunque quel rapporto insistente e misterioso che si imponeva e si impone ogni volta che leggo quella pagina o guardo un'opera di Cordio.

Può darsi che sia solo il risultato del tutto soggettivo che accade a chi, come me, è abituato a coltivare una sorta di inesauribile vocazione a tradurre in immagini tutto ciò che legge. Può darsi, ma provate anche voi.

A pensarci bene il mio amore per queste acqueforti nasce così. 0 meglio, si è alimentato nel tempo con la inconsapevole illusione che uno degli artisti (o tutt'e due) si siano lasciati reciprocamente influenzare. So bene che non è così ma il fascino delle scorribande in un mondo tanto lontano dalla "materialità" delle mie ossessioni quotidiane è costituito dalla inesauribile possibilità di fantasticare inventandosi parentele ed incontri mai avvenuti. Una sorta di "macchina del tempo e dei sentimenti" capace di mettere assieme gente vissuta in epoche diverse o magari nella stessa, pur senza mai essersi viste ed incontrate. Gente attratta dalle stesse passioni, dalle stesse ossessioni.

Ecco un piccolo miracolo che solo la poesia e la pittura possono compiere ogni giorno!

Può darsi anche che questo legame non esista, sia solo il frutto di uno stato d'animo di chi scrive: ma cosa importa? Non è permesso forse in questo campo creare piccole ed innocenti imposture?

L'altra ragione che spiega la mia passione per le acqueforti di Cordio nasce dal fascino che esercita su molti quell'incredibile fusione di estro pittorico e di perfetta manualità artigiana che sprizza da ogni foglio uscito dal torchio dell'artista. Nessuno è mai riuscito a dare una spiegazione convincente dell'incredibile perfezione tecnica delle incisioni di Cordio. Non provate a cedere alla tentazione di chiedere direttamente all'artista come fa: egli non esiterà a rivelarvi i particolari più segreti del suo mestiere, ma non fidatevi della sua apparente disponibilità al racconto: Cordio sa bene che quella perfezione non si trasmette e non si svela. Nemmeno con le spiegazioni più pazienti. Ogni volta che ci prova mi viene subito in mente solo la grande fatica fisica, la pazienza infinita che ci vuole per far coincidere la sua ispirazione poetica, il suo estro pittorico, con le complicazioni del processo chimico e manuale dell'acquaforte. Pensate alle difficoltà di far coincidere i suoi segni con le sfumature di quella gamma infinita di colori che Cordio inventa in ogni foglio. Già, in ogni foglio, poiché non vi sarà mai una sola incisione di Cordio perfettamente uguale ad un'altra: in un mondo ossessionato dall'esigenza della moltiplicazione in serie di ogni cosa, Nino Cordio rinnova ogni giorno il piccolo miracolo della unicità e dell'autenticità di ogni pezzo della sua opera.

E’ naturale allora pensare alla tradizione rinascimentale che faceva del pittore una sorta di "capo-mastro" in un piccolo o grande cantiere (una chiesa, un palazzo) o dentro il suo studio. Ma ogni volta che penso a Cordio, al suo torchio, ai suoi inchiostri penso sia più giusto chiamare "bottega" o "laboratorio" quello che per tutti gli artisti si chiama "studio". Fatevi spiegare come ha trovato la calce per preparare la " malta " per gli affreschi. Si scoprirà che la scienza chimica può fare molto ma certe cose bisogna ricavarle dalla tradizione rinascimentale o addirittura romana.

Queste le cose che mi vengono in mente, davanti alle opere di Cordio. Prendetele come una testimonianza personale che giustifica questa "incursione" in un campo nel quale gli addetti ai lavori avrebbero potuto usare un linguaggio più logico e giusto, facendo risaltare le mille facce della complessa personalità di quest'artista.

E se la voglia di testimoniare non basta, aggiungetevi il grande amore che questi fogli mi hanno fatto nascere per anni ed anni verso un pittore che "graffia" le sue poesie sulla lastra di rame. Lo fa oggi, come lo faceva ieri per gente come me, come voi: capaci ogni volta di stupirsi di un miracolo che, per fortuna, si ripete da tantissimi anni.


1986

Ottaviano Del Turco