Giuseppe Sicari

UN RICORDO DI NINO CORDIO

Ci sono due cose che ho sempre accuratamente evitato: scrivere coccodrilli e parlare in pubblico. Non amo, infatti, quel genere giornalistico che in gergo si chiama appunto coccodrillo. Anche se, in momenti d’emergenza, mi è toccato di scriverne qualcuno… Sapete di che si tratta. E’ una biografia (generalmente laudativa) di un personaggio che è scomparso e che s’intende celebrare, spesso con ipocrita rimpianto. Come fa, appunto, il rettile dalla forte mascella che si dice lacrimi dopo aver ingoiato le sue vittime…

Nella presente circostanza, per fortuna, non c’è un direttore che mi abbia ordinato di scrivere un elogio di Nino Cordio. Sono qui, anzi, come volontario per rendere una testimonianza di stima e d’affetto per una persona, per un artista che conosco e apprezzo da più di quarant’anni, al quale ero legato da non occasionali rapporti d’amicizia. Ed è da questi sentimenti che ho trovato la forza di superare l’antica avversione a parlare in pubblico.

Anche Nino Cordio era un uomo di poche parole. E – a differenza di tanti personaggi del mondo dell’arte e della cultura – non era solito indulgere al vezzo oggi così diffuso di autocelebrarsi e di coprire con la cortina fumogena di abili parole l’assenza di contenuti e di valori della propria opera.

Al momento giusto, però, egli sapeva esprimere il suo pensiero con schiettezza e con efficace dialettica, ricorrendo qualche volta – da buon siciliano – a sottili forme di humour. Non aveva mai abbandonato la giovanile abitudine alla polemica, anche quando l’esperienza avrebbe potuto suggerire più morbidi atteggiamenti. Ed i suoi giudizi, spesso taglienti e demolitori, avevano la sincerità e la forza della convinzione.

L’ho conosciuto a Roma nel gennaio del 1960, ad una mostra di giovani artisti. Cordio ha poco più di vent’anni, io qualcuno di più. La sua carta da visita è un temperamento estroverso e generoso una vitalità entusiasta e trascinante. Ma sono soprattutto i suoi lavori ad imporlo all’attenzione di tutti. La Giuria della mostra è tale da mettere in soggezione anche artisti navigati. Ci sono Valerio Mariani (ordinario di storia dell’arte moderna a Napoli), lo scultore Michele Guerrisi (direttore dell’Accademia di Belle Arti di Roma), e tre bisbetici personaggi che si chiamano Carlo Levi, Mario Mafai e Giulio Turcato.

C’è quasi una strage fra gli oltre 150 concorrenti: gli ammessi alla mostra sono meno della metà. Cordio è fra questi, con tre opere: due quadri ad olio ed un’incisione. Fra gli espositori, ci sono anche altri elementi di valore che, di lì a poco, vedremo in rassegne importanti come Biennali di Venezia e Quadriennali di Roma: l’argentino Federico Brook, lo scultore maceratese Valeriano Trubbiani, il ravennate Enrico Majoli, il palermitano Andrea Volo, un giovane bolognese di nome Antonio Faeti (che poi diventa professore universitario ed esperto a livello mondiale di illustrazione e di letteratura per l’infanzia.

Guardando i lavori di Nino Cordio, l’incontentabile Mario Mafai mormora con la sua aria burbera: “Questo ragazzo ci sa fare”. E Carlo Levi richiama l’attenzione dei Commissari sui lavori del giovane sconosciuto siciliano di Santa Ninfa, il quale ottiene un premio di 50 mila lire (messo a concorso dal Ministero della Pubblica Istruzione) ed una lusinghiera “motivazione” da parte della Giuria.

In un pubblico dibattito, il raffinato Valerio Mariani esprime, a proposito di Cordio, un giudizio penetrante e vorrei dire profetico. Dopo averne lodato le qualità pittoriche, la sensibilità coloristica e la capacità compositiva, afferma: “Questo giovane quando dipinge resta sostanzialmente quello che è in realtà: un incisore. Nella pennellata di Cordio si nota la sua nativa disposizione al segno”.

Qualche mese dopo, Cordio (che intanto è stato ammesso con due opere alla Quadriennale), si cimenta nella sua prima “personale,, in una piccola ma qualificata galleria di Via del Vantaggio. Carlo Levi ha acconsentito a scrivere una presentazione per il catalogo. “Ho visto per la prima volta i quadri di Cordio, esposti e premiati, alla mostra universitaria, e mi sono parsi là i più interessanti e vivi tra quelle opere di giovani. La Quadriennale ha confermato questa mia impressione. Anche Cordio tende ad esprimersi (fenomeno generale nel giovani di questo periodo) in forme che si rifanno all’esperienza espressionista, che ritrovano la realtà attraverso una visione accesa, violenta, critica, personale, deformante secondo il giudizio e l’intuizione. Credo che quest’indirizzo, che reagisce ai vari modi del rifiuto, dell’evasione e dell’assenza, sia – anche per Cordio – positivo. Lo stesso spirito si rivela nelle sue incisioni recenti: dove appare una personalità autentica e ricca di possibilità espressive”.

A 23 anni, Cordio è un Artista perfettamente formato e che non ha quasi più nulla da imparare sul piano dell’invenzione e dell’esecuzione, padroneggiando le varie tecniche della pittura, della scultura e dell’incisione. Molti anni dopo, rivedendo insieme alcuni fogli dell’inizio degli anni sessanta concorderemo nel ritenerli già rappresentativi della sua arte, non inferiori alle opere più lodate della maturità.

Del resto, viene alla mente – ed il paragone non sembri irriverente – che, in altra epoca, un giovane che si chiama Michelangelo realizza a 24 anni il suo forse più gran capolavoro, quella “Pietà” che ancor oggi ci fa gridare al miracolo. Ma Cordio è un ragazzo pieno di modestia e di autocritica. Finita l’accademia di Belle Arti, eccolo – nel 1962 – a Parigi a frequentare diligentemente un atelier molto rinomato, oggi si direbbe “esclusivo”, quello di Friedlaender.

Quell’anno, ad una mostra vince, come primo premio per l’incisione, una importante medaglia d’oro della Presidenza del Senato. M’incarica di ritirarla a suo nome e di fargli avere a Parigi l’equivalente in franchi… Sono anni duri, quelli, anni di formazione e di sacrifici, dai quali scaturiranno poi le affermazioni internazionali degli anni successivi.

Anche gli amici non gli risparmiano critiche ed avvertimenti. In una noticina pubblicata sul quotidiano “La Giustizia” un certo Giuseppe Sicari gli tira la giacca e sostiene che “l’eccessiva esuberanza di Cordio e la sua natura passionale e drammatica possono nuocere alla sua arte, in quanto possono esasperare una certa tendenza dell’Artista all’impegno sociale e politico, facendogli perdere l’iniziale genuina carica di poesia”.

In questo periodo, infatti, i rischi della politicizzazione non sono teorici. Molti Artisti restano invischiati nel conformismo di moduli retorici e propagandistici che finiscono col renderli soltanto illustratori e replicanti, distruggendone personalità, spirito inventivo e libertà. L’innato senso della misura salva Cordio da scivoloni che potrebbero essere fatali e lo guida verso più alti impegni.

Il ’63 segna l’inizio dell’attività di insegnamento al Liceo Artistico, una piccola sicurezza – mi dice – tanto per poter pagare le spese dello studio. E comincia una frenetica attività creativa ed espositiva testimoniata da quindici mostre “personali” in soli tre anni, sempre con opere nuove ed inedite.

Nel ‘65 ci troviamo a Capo d’Orlando, in Sicilia, in occasione di una mostra di pittura estemporanea. Ed un pomeriggio lo accompagno a Villa Piccolo, per far visita a Lucio, il poeta dei “Canti Barocchi”. Cordio resta impressionato, sia del personaggio, sia dell’ambiente in cui vive, e continua a parlarmene per mesi e per anni. Lucio Piccolo muore nel 1968. E quando, nel 1975, torniamo in pellegrinaggio nei luoghi della sua vita solitaria, Cordio – come in trance – comincia a prendere appunti, a disegnare schizzi, a scattare fotografie.

Dopo tre anni di intenso lavoro, ecco – nel 1978 – una delle opere capitali di Cordio, la cartella di dieci incisioni a colori dal titolo “La villa del poeta”, presentata da Leonardo Sciascia. C’è un’immagine in quelle incisioni, una svettante palma mediterranea, una palma che è diventata quasi un’icona della sua arte, non liberazione di un pezzo di bravura, ma la riproposizione di un simbolo di vitalità e di naturale bellezza.

E proprio di recente m’è capitato di rivedere la palma di Villa Piccolo in uno stupendo e solare manifesto disegnato da Cordio per un’edizione del Premio Italia, svoltosi a Palermo agli inizi degli anni novanta. Il nostro Artista è nel frattempo diventato importante ed affermato: corpose monografia, mostre in sedi prestigiose come l’ex Calcografia di Stato, recensioni di quelle che restano nella storia come quelle di Renato Guttuso, di Enzo Siciliano, di Franco Russoli, di Giorgio Petrocchi, di Ferruccio Ulivi, di Guido Giuffrè, di Andrea Camilleri…

Meriterebbe un approfondimento il suo straordinario rapporto con la Sicilia, dove tornava frequentemente non soltanto per riabbracciare la Madre ed i fratelli. Poche persone sono al corrente del suo prodigarsi in iniziative di solidarietà con il paese natale, Santa Ninfa, dopo il disastroso terremoto che colpì il Belice nel ’68. Ma sono circostanze che, ad ogni modo, non trascureremo di riproporre in un’altra occasione.

Di lui, intanto, c’è caro ricordare l’approccio semplice e senza superbia, la mancanza di esibizionismo, la coerenza di vita, l’impegno quasi artigianale sia nelle consuete espressioni tecniche, sia nella sperimentazione di nuove tecniche come l’affresco. E qui vogliate consentirmi di citare, per concludere, un breve estratto di un mio articolo del 1967 sul “Corriere di Sicilia”.

“Nell’opera di Cordio, scrivevo, possiamo distinguere tre fasi. Nella prima, più decisamente naturalistica, l’Artista si abbandona talvolta al suo temperamento appassionato ed esuberante, inclinando verso esperienze di tipo espressionista che si manifestano per mezzo di violenze cromatiche. A questa prima fase appartengono alcune incisioni di “paesaggi”, immersi in una vibrante atmosfera lirica, creata dalle intenzioni emotive del segno, ed una serie di “figure”. Qui, dal gioco di luci e d’ombre, di sinuosità e d’intrecci di linee, traspaiono forme decisamente plastiche, con effetti di rilievo di rara efficacia.

Sono le stesse forme che lieviteranno per anni- nell’Artista e che scaturiranno, non più come elementi inseriti in una composizione, ma come autonome creazioni, nei bronzetti esposti quest’anno alla “Nuova Pesa” (siamo, ricordo, nel 1967).

Le incisioni del primo periodo (prosegue l’articolo) rivelano una struttura meditata, per quanto poeticamente sentita. Ma il segno eccitato e nervoso finisce con l’avere il sopravvento esplodendo in mille iridescenze che conferiscono vitalità agli oggetti, danno espressione alle figure, animano il paesaggio.

L’anno trascorso a Parigi, il 1962, è determinante ai fini dell’evoluzione dell’Artista, il cui linguaggio espressivo diviene più misurato e, nello stesso tempo, più lontano da invenzioni naturalistiche. Il segno, incisivo, denso, corroso, sprigiona sempre una carica di emozioni. Ma le immagini si sono rarefatte, sono diventate più essenziali, più allusive, quasi magiche.

Sono di questo periodo le prime incisioni a colori, eseguite con il sistema della sovrapposizione di più lastre. Perfezionata la sua tecnica dell’incisione a colori, Cordio ci ha dato il meglio di sé. Naturalmente, questo non significa che la parabola d’artista del Nostro sia conclusa, e non solo perché egli è giovanissimo: Cordio, con la sua carica di vitalità e con l’entusiasmo che lo distingue, non mancherà certamente di riproporci – negli anni avvenire – la sua nuova e pur coerente ricerca poetica e stilistica”.

A questo punto credo di aver detto tutto (o quasi) quello che volevo e quindi concludo il mio intervento. Nino Cordio non è più con noi, ma gli esiti della sua grande arte ed il ricordo delle sue straordinarie qualità di uomo, sono sempre presenti nei nostri cuori e nella nostra mente, tesori che ci hanno arricchito come pochi in un’epoca gretta e avara di slanci. Ciao, Nino.

Todi, 3 dicembre 2000

Giuseppe Sicari