Guido Giuffrè

Non mi è facile tradurre in parole il pensiero, il ricordo, la presenza di Nino. Come tanti, ho scritto varie volte del suo lavoro. Come so, trascorro la vita scrivendo; del suo lavoro ho parlato tante volte con lui, e non soltanto del suo lavoro: ed ora che mi propongo di dire due parole – non con lui ma di lui – davvero le parole non so trovarle. Non so trovarle anche perché, tra questi amici che di Nino ne sanno quanto e più di me, che almeno come me vivono la presenza più che il ricordo della sua vitale esuberanza, trovare parole forse è inutile.

Chi scrive di arte, spesso ha – tra gli altri – un dubbio: il dubbio sulla reale utilità del suo scrivere. Il lettore forse può essere indotto a seguirne le indicazioni, a confrontare la propria impressione o giudizio, con quelli di chi non fa che lavorare, con gli strumenti del mestiere, sulla lettura delle opere altrui; ma proprio lui, il critico, rapportando le sue parole alla fonte autentica che le suscita, c’è spesso un momento in cui si chiede perché, di quell’opera, sforzarsi di creare metafore, parafrasi, di dare motivazioni; perché avvolgerla in una cortina verbale che, ad essa, all’opera, non giova. Ora, se sorgono dubbi di questa sorta nel parlare delle opere, capite bene come trema la voce quando non delle opere si tratta ma del loro autore.

Non si parla degli assenti. Possiamo giovarci di questa frase comune per considerare Nino – come è in realtà – non assente, ma presente come mai prima: almeno dopo quel giorno in cui il modo indimenticabile della sua presenza si è mutato in quest’altro, certamente più struggente, ineffabile, ma altrettanto vivo e operante. Indimenticabile, il modo del suo essere in vita. Io vorrei soltanto dire che forse in nessun altro artista ho riscontrato come in lui – almeno a tutta prima – la coincidenza tra la vitalità dell’uomo, irrefrenabile, assertiva, scaturente da certezze appassionate, e la trascinante pienezza dell’arte. Generosa la vita, generosa l’arte. Tanti, troppi e pure fugacissimi anni fa, ho cominciato a conoscere ed amare le sue incisioni; le conoscete tutti, non occorre certo parlarne. Nelle acqueforti e soprattutto nelle acquetinte, sembrava che non sai per quale magia la sua naturale irruenza prendesse forma visiva; nei fogli pareva che il colore irrompesse come la lava dalla bocca del vulcano, e colasse poi in rivoli con energia deflagrante e insieme controllata, calibrata non meno che esaltata ed esaltante. I rossi, i gialli, l’abbaglio delle luci incandescenti.

Dicevo della sorprendente continuità tra l’uomo e la sua arte, ed è certamente vero. Tuttavia se si dovesse cogliere una nota saliente nell’arte di Nino essa non andrebbe a quella che chiamavo irruenza. Se nella vita si poteva parlare – discretamente – di estroversione, nell’arte si entrava d’incanto nella dimensione del silenzio. Non veniva meno il vigore, la sempre latente esuberanza, e però l’immagine, incisa, dipinta o scolpita, s’immergeva nella magia degli incantamenti, entrava (come nell’arte è sempre e ogni volta con accenti diversi) nel regno del mistero. Possono sembrare termini poco adatti alla natura, al temperamento, all’umore di Nino; ma Nino era un artista vero, e com’è sempre in un artista vero, anche per lui – per chi cioè più di altri consentiva di dire: tale l’uomo tale il pittore – anche per lui tra l’arte e la vita c’è uno iato incolmabile, o meglio colmabile appunto dalla dimensione dei mistero.

Tanti di noi amici abbiamo nell’orecchio e nel cuore la sua risata, la cordialità trascinante; persino nel suo studio lo ricordiamo in attività non dico frenetica, ché non si addice alla sapienza e alla padronanza del suo fare, ma tesa e fervorosa. Eppure, quante delle sue immagini o delle sue sculture sembrano nate dal silenzio di una notte di luna. Nino aveva in sé il silenzio della notte di luna; lui che sfidava il mito e padroneggiava gli elementi, ne veniva in realtà rapito e stregato. Oltre la facciata clamorosa della sua personalità, varcata la soglia magica dell’arte, egli lasciava affiorare le meditazioni segrete dell’anima, le voci mute che premono nel profondo. E questo, si direbbe, a sua stessa insaputa. Lo stupore incantato che avvolge lo spettatore era quello che aveva avvolto lui stesso: in quella sorta di sottosuolo dove maturano i processi dell’arte. Era questo il tratto distintivo del suo lavoro: il silenzio, l’incantamento, la magia. Lui, uomo pratico, fermo nei convincimenti, appena al di là della soglia invisibile dell’animo era un sognatore. Non posso non dirlo, io che pure non l’ho mai visto sognare. Un artista ha sempre una sorta dì doppia vita. Vive in società, in famiglia, in politica, ed ha idee, comportamenti, umori; ma in quanto artista è altro. L’artista non parla: vive, soffre, forza le pareti della sua metaforica stanza verso un oltre indecifrato che lo attira. E lavora. E nel suo lavoro apre il varco a quelle pulsioni segrete che non conoscono altra via per palesarsi se non quel lavoro, non hanno altro linguaggio che quello specifico di cui si tratta, per Nino la punta e la lastra, lo scalpello, il pennello: con questi strumenti concreti, i sogni trovano le loro parole.

Sì. L’artista ha una doppia vita; non so se è un privilegio, certo è un fatto. Nino non è vivo tra noi soltanto nel ricordo; presente tra noi è la voce delle sue opere, e la voce delle opere – la voce dell’arte – non si ripete mai e rinasce sempre. E’ un giudizio feroce dire di un quadro o di una scultura: “l’ho già visto”, perché significa che quell’opera è morta, o è nata morta, che è lo stesso; l’arte – ed è un vecchio adagio – non dà mai tutto di sé, ha sempre in serbo altro da dare e da dire. Se così non fosse, nessuno di noi tornerebbe ai concerti, riandrebbe agli stessi musei, rileggerebbe un libro. L’arte vive e muta nel tempo, come la persona; e nell’arte vive la persona. Anche per questo Nino è qui. Due sere fa sentivo all’auditorio di Santa Cecilia la voce di Franz Schubert in una delle sue più belle sonate; non c’è alcun dubbio che era lui, Schubert, che, a centosettantadue anni dalla morte, parlava, e diceva cose tra le più vive e toccanti che si possano sentire: dopo quasi due secoli di altra vita e di altra umana esperienza. E questo sì che è privilegio dell’arte. Ma ciò che Schubert dice oggi nella sua musica, chi anche allora – lui in vita -, pur conoscendo l’uomo non avesse sentito quella musica, non l’avrebbe udito né conosciuto. Quando a Santa Cecilia il pianista uscì per inchinarsi agli applausi, a me parve patente l’incongruità tra quel piccolo uomo, di una certa età, con un dato soma, un carattere che non conosco, insomma un suo concreto, fugace e fungibile particolare – e l’infinita, mutevole, soverchiante e inafferrabile ricchezza della musica di cui egli era stato latore. Muterebbe qualcosa di questa incongruità, mi chiedevo, se costui fosse Schubert in persona?

Tuttavia, per molto che possa costare, a un artista, coltivare due anime (di lui uomo, e dell’arte che attraverso lui si esprime), per quanto gli costi di essere solo nel travaglio del dare forma (che è molto di più che manipolare creta, o colori, o acidi), forse questa cosiddetta doppia vita è davvero un privilegio. E nessuno può dirlo più di chi gode, da interlocutore, di questo privilegio, felicemente durante la vita dell’artista, con felicità dolente, ma altrettanto pregnante, dopo: come tutti noi, oggi. Oggi che sperimentiamo, proprio guardando e rivivendo il lavoro di Nino, quanta fosse diversa la dimensione del tempo che lui, da artista, conosceva, da quest’altra della nostra quotidianità, dove si registra la scomparsa di lui, il dolore che monta e si lenisce, la ricorrenza che misura i giorni, i mesi, gli anni. Se pensiamo, tra le tante, ad una delle sue sculture più belle, Il ricordo della sposa, non diciamo soltanto: “l’autore è qui, vivo come non mai”: nella grazia struggente, nell’indefinibile nostalgia; non possiamo che seguire, innamorati, i colpi ondeggianti della sgorbia, i capelli carezzati da una brezza che non è di questo mondo, lo sguardo sognante che affonda dove giungono soltanto gli aneliti dell’animo. Non ne nascono riferimenti storici, non so, a certe non leziose finezze settecentesche, no; è piuttosto un sentimento appunto de, tempo che viene

da lontano e ci assorbe nelle sue malie; che non ci distoglie dal mondo, ma del mondo sonda tratti che non hanno scadenze, che non conoscono stagioni e mode, che toccano le radici dell’uomo. E non parlo della ventata mitica, della attualità dei mito che le acquetinte di Nino scovavano nella flagranza del reale; e non parlo degli affreschi staccati, dove il sentimento del tempo era la stessa ragion d’essere dell’immagine.

Mi accorgo, pensandoci, di non essere mai stato in Sicilia con Nino. Io siciliano, lui siciliano come pochi altri: intendo nell’animo, nella cultura, negli umori più riposti. Eppure nei mille incontri col suo lavoro e con lui stesso, non ci scambiavamo forse altro che la nostra profonda sicilianità, ed io, appena più vecchio di lui, bevevo, godendone, alla sua.

Consentitemi di chiudere con due brevi citazioni letterarie. Ci sono stati e ci sono tanti modi, in letteratura, di accostare l’ora estrema; Tolstoj riassume la morte di Anna Karenina in un avverbio che nelle sue parole si fa agghiacciante: della fiammella che negli ultimi istanti guizza nello sguardo, riassumendo, appunto in un istante., tutta la vita, l’autore conclude: “e si spense per sempre”. La perentoria, irredimibile fatalità di quell’avverbio mi ha sempre turbato, ovviamente. Preferisco la frase che Tacito riporta in morte di Agricola: “Et novissima in luce desideravere aliquid oculi tui”: e nel momento supremo desiderarono qualcosa, i tuoi occhi: desiderarono, vorrei aggiungere, e sperarono, e forse trovarono.

Guido Giuffrè